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intervista a d’alema

di Ninni Andriolo
Il segretario più adatto? Bersani. Per rilanciare il progetto serve anche un bel po’ di riformismo emiliano... ». Festa del Pd, San Giuliano di Pisa. «La nostra gente ci chiede di non litigare – dice Massimo D’Alema - Ma il modo migliore perché la discussione non si traduca in uno scontro tra pochi è la partecipazione larga del nostro popolo».
Franceschini dà al centrosinistra la colpa di non aver varato il conflitto d’interessi tra il ’96 e il 2001. Lei è stato premier in quella stagione, perché la legge non venne approvata?
«Sono d’accordo, noi avremmo dovuto portare a casa una legge seria. Non riuscimmo a vararla, ma non sarebbe giusto addossarne a me la colpa. Sono quello che ci provò con maggiore impegno. Lo ha ricordato Stefano Passigli, uno dei sottosegretari alla presidenza del Consiglio, che elaborò quel testo. L’altro era Franceschini che ricorderà ancora come andarono le cose... ».
Cioè?
«Presentammo una proposta approvata dal Senato, all’inizio del 2000. Poi perdemmo le regionali, mi dimisi e l’iter della legge non venne completato alla Camera. Giusto rilanciare il conflitto d’interessi, purché la riflessione non diventi occasione per messaggi allusivi da battaglia congressuale».
Lei parla spesso di “scosse” che investirebbero Berlusconi, immagina un’implosione imminente?
«Io faccio analisi politiche e non preannuncio azioni giudiziarie. Dietro l’immagine di forza, la maggioranza mostra crepe evidenti e il rapporto con il Paese non è quell’idillio che vorrebbe Berlusconi. Alle europee un terzo degli elettori si è astenuto. Tra chi ha votato, il 45% si è espresso a favore del governo. Tutti gli altri hanno scelto i partiti d’opposizione. Non siamo, quindi, un Paese berlusconizzato».
Malgrado ciò manca un’alternativa credibile...
«Il problema è che, di fronte a una maggioranza del tutto inadeguata, toccherebbe a noi mettere in campo un’alternativa di governo in grado di aggregare. Emerge ancora, però, la nostra debolezza. Spero che il congresso possa rilanciare su basi più robuste il progetto del Pd. È l’assenza di una forte alternativa che consente al governo di tirare avanti».
Il Pd non decolla perché, parole sue, “si è lasciata alla destra l’idea di comunità, solidarietà, protezione delle fasce più deboli”?
«Un grande partito deve avere un’identità e questa c’è se è radicata nella storia del Paese. Gramsci distingueva tra coloro che costruiscono gli edifici, che hanno le fondamenta, e quelli che mettono in piedi palafitte fragili».
Pd-palafitta, quindi?
«Abbiamo dato la sensazione di un partito proteso verso il nuovo, ma non saldamente radicato nella storia d’Italia. Bersani ha ricordato che il Pd è l’erede di 150 anni di storia. Di fronte alla crisi tornano a essere necessari valori di solidarietà, che ci appartengono, e dai quali abbiamo dato la sensazione di volerci liberare. Dobbiamo rimettere radici nella società. Il nuovismo che sradica produce partiti senza identità. Abbiamo creato il Pd per dar vita a una forza che guardi al futuro e che nasca dall’incontro tra diverse tradizioni riformiste. Se vogliamo usare una formula ripetuta in queste ore, abbiamo creato il Pd per abolire il trattino tra centro e sinistra. Qualcuno, invece, ha pensato, sbagliando, che si dovesse abolire la sinistra».
L’avvio del congresso non è stato dei migliori...
«Una partenza un po’ infelice. Sembrava che il problema fosse quello di evitare che tornassero “quelli di prima”. Franceschini ha presentato il programma con Fassino, Marini, Fioroni e altri. Tutti quelli di prima, insomma. Il che va benissimo, ma molti sono miei coetanei. Io, scherzando, ho detto a Dario: potevi sottolinearlo che ce l’avevi solo con “quello” di prima, cioè con me».
Lei se l’è presa con il gruppo dirigente, “sconcertante” ha risposto Fassino...
«Assumiamoci tutti le responsabilità che ci competono. Il gruppo dirigente che ha guidato il Pd, e che in gran parte sostiene Franceschini, non può non fare i conti con la realtà. Ci si è limitati a dire che “bisogna andare avanti”. Un grande partito, che ha sulle spalle due sconfitte piuttosto pesanti, normalmente cambia. E il cambiamento è Bersani».
E quale sarebbe la strada giusta da imboccare?
«C’è la necessità di dare un fondamento culturale più robusto al Pd, ma bisogna costruire anche un partito vero, con regole e radicamento. Le tessere non si fanno solo per i congressi. Abbiamo discusso 6 mesi se si dovesse fare o no il tesseramento. Vogliamo almeno dire che quelle teorizzazioni, del partito liquido del leader, non vanno bene? Serve un partito vero. Moderno, certo, non quello di 50 anni fa. Un partito che sappia, assieme, utilizzare Internet e forme più classiche di organizzazione».
E le primarie?
«Benissimo le primarie, e anche Franceschini dice che vanno regolate. Ma gli iscritti dovranno avere dei diritti, perché mai, altrimenti, dovrebbero aderire? E un partito vero, poi, è la condizione per il rinnovamento. Come si selezionano, altrimenti, i giovani? Solo perché c’è chi fa un discorso brillante? Una nuova classe dirigente si ottiene facendo collaborare le personalità sperimentate con i giovani. E a tutti, poi, bisogna consentire di dare un contributo. Senza demonizzazioni, qualsiasi età uno abbia».
E D’Alema che ruolo avrà nel Pd del dopo congresso?
«Non aspiro a funzioni di leader. Mi accontento di poter dare una mano in un partito dove a tutti sia consentito di fornire un contributo».
Lei ha usato parole di apprezzamento nei confronti di Marino, è vero che ha provato a fargli cambiare idea sulla candidatura?
«Io ho usato parole di apprezzamento anche per Franceschini. Ho riconosciuto che si è battuto alle europee per un risultato che ha arginato il crollo. Ma non ho condiviso le motivazioni che ha utilizzato per candidarsi, mi è parso un momento di divisione e non di unità del partito».
E Marino?
«È un grande chirurgo, un carissimo amico. Ma ha sbagliato a candidarsi. “Tu hai straordinarie qualità – gli dissi - Ma in questo momento non sei la persona più adatta per costruire un grande partito”. Forse in un altro momento sarebbe diverso, ma oggi c’è bisogno di chi ha maggiore esperienza politica. Marino, in ogni caso, darà un contributo forte e saprà coinvolgere persone che non avrebbero partecipato al percorso del Pd».
18 luglio 2009
Tredici senatrici scrivono ai candidati:
'SI parli dei veri problemi delle donne'
Chiediamo ai candidati a Segretario Nazionale del PD che nella campagna congressuale parlino in modo esteso e intenso con la società italiana e particolarmente con le donne del nostro Paese. L'Italia deve rinnovarsi con le sue migliori energie. Le donne, con i giovani, sono tra queste.
1.
Il Pd abbia piena consapevolezza delle grandi sfide del mondo globale di cui l'Italia e l'Europa sono protagoniste: la nuova economia, l'ambiente, l'energia, l'alimentazione, la salute, le migrazioni, i diritti umani, il multilateralismo, una nuova ONU, la giustizia e la pace. Questo mondo nuovo è già cominciato. Le donne ovunque sono in testa ai cambiamenti. Non nel nostro Paese, il deficit di presenza delle donne nella leadership politica, nel lavoro, nelle carriere definisce la cifra di questo sviluppo: lento, diseguale tra territori, generazioni e generi. Iniquo e intollerabile. Nel dibattito congressuale vorremmo che queste sfide e il ruolo delle donne fossero centrali. Da questa opzione dipende la qualità del futuro. Si tratta di compiere visibilmente un passo in avanti rispetto al livello dell'attuale discussione nel PD.
2.
L'Italia ha bisogno che siano definiti un nuovo sviluppo e un nuovo welfare, che l'istruzione, la ricerca e l'innovazione siano strategiche, così come l'integrazione degli immigrati e una nuova civiltà del paese caratterizzata dal pluralismo culturale, etico, religioso, dall'affermazione delle regole e della legalità. Vi è bisogno di una cultura che sradichi l'intolleranza, il razzismo, la violenza particolarmente aggressiva nei confronti delle donne. Su questi temi strategici il sapere, l'esperienza, la sensibilità delle donne debbono essere ricercati e valorizzati dal Pd. Serve un grande investimento sull'occupazione delle donne, sulla tutela della maternità e l'estensione dei servizi, il riconoscimento delle competenze e del merito delle persone. L'elaborazione delle mozioni congressuali, l'organizzazione del dibattito congressuale, la comunicazione politica debbono vedere presenti tante donne capaci.(...).
3.
La democrazia nel nostro paese sta subendo distorsioni che ne minano le fondamenta (...) Un'analisi dei cambiamenti profondi avvenuti nell'era berlusconiana sia nella vita delle istituzioni sia nelle dinamiche culturali e politiche del Paese, anche ai fini dell'acquisizione del consenso, non è stata ancora realizzata dal Pd. L'autoritarismo e il populismo che ormai segnano la vita pubblica sono l'esito di lunghi anni di gestione del potere attraverso l'uso scientifico e massiccio dei media. In questo contesto l'immagine e l'uso commerciale delle donne e del loro corpo, sia nei media sia nei luoghi della politica, secondo la logica dello scambio e della compravendita fino ai vantaggi offerti a loro nella politica e nelle istituzioni stesse, hanno assunto negli ultimi tempi un rilievo nazionale e internazionale tale da richiedere una reazione culturale e politica adeguata che difenda la dignità dell'Italia, della politica, delle donne. La stessa dignità degli uomini in politica. Questa reazione non si è ancora vista. Si tratta di una profonda questione di democrazia che chiama in causa l'uso del potere in una società democratica e nella vita della Repubblica. Il dibattito congressuale non può tacere la necessità di una profonda rigenerazione morale e culturale della società, delle istituzioni, della politica. Il PD deve guidare questa rigenerazione.(...) I candidati alla Segreteria Nazionale dicano in che modo e con quali strumenti essa va affrontata.
4.
La conquista della parità tra donne e uomini, garantita nella Costituzione e da ultimo all'art. 51, nei Trattati dell'Unione Europea nonché dallo Statuto del Partito, non può rimanere priva di sostanziali realizzazioni. Si tratta di passare, nel partito e nel Paese, dalla “democrazia formale” alla democrazia sostanziale che riconosca pari dignità a parità di meriti. Il criterio del merito peraltro, dovrebbe regolare la selezione e la formazione delle classi dirigenti. La competenza, l'intelligenza, il coraggio delle donne sono alla base della domanda di una forte valorizzazione della loro presenza in ogni organismo del Partito e nelle liste.
5.
Le settimane congressuali hanno bisogno dell'esercizio delle categorie politiche che derivano dall'etica, dalla proporzione e dalla misura del discorso pubblico, dei comportamenti, delle scelte. La verità come bussola, la legalità democratica interna, il rispetto degli uni verso gli altri sono la precondizione perché lo spazio congressuale possa essere sentito, riconosciuto e vissuto come lo spazio di una nuova politica e di una autentica esperienza democratica. Devono essere declinati senza ambiguità obiettivi e contenuti, chiedendo alle donne ed agli uomini di discutere. Le donne devono avere ruolo per il contributo di idee che sono in grado di offrire, non per la “fedeltà” che troppo spesso sono chiamate ad esprimere.
Le Senatrici
Marilena ADAMO, Tamara BLAZINA, Anna Maria CARLONI, Franca CHIAROMONTE, Silvia DELLA MONICA, Cinzia Maria FONTANA, Rita GHEDINI, Maria LEDDI, Marina MAGISTRELLI, Francesca MARINARO, Daniela MAZZUCONI, Colomba MONGIELLO, Albertina SOLIANI
14 luglio 2009

«Usa me per andare sui giornali»
Dice di non voler alimentare lo scontro con Franceschini: «Non mi interessa, non è giusto». Ma poi, pungolato dal blogger Zoro sul sito Excite, Massimo D’Alema non si tira indietro: «Trovo solo un po’ curioso che un segretario di partito per andare sui giornali abbia bisogno di attaccare me. Forse questa è una delle ragioni per cui è meglio cambiare segretario...». E ancora, sull’intenzione di «Dario» di fare più opposizione, rilanciata alla con enfasi alla convenzione di Roma, al solito in contrapposizione a D’Alema: «Ma chi gliel’ha impedito di fare più opposizione? Con chi ce l’ha? Non si fa così, lui è uno dei capi del Pd, le scelte sono dipese anche da lui. Ci spieghi perché non si è fatta più opposizione, non venga a protestare».
Quanto all’antiberlusconismo, dice: «L’unico modo serio per essere contro Berlusconi è creare le condizioni per vincere, tutti gli altri sono sbagliati». E ancora, a proposito degli apparati: «Franceschini indubbiamente raccoglie quasi tutta la nomenclatura del partito, il gruppo dirigente centrale: Marini, Rutelli, Fassino, Veltroni. Persone carissime, tutti amici miei ma, secondo me, dobbiamo cambiare, perché i risultati sono stati negativi». E Bersani? «Lui rappresenta i gruppi dirigenti periferici, come i sindaci...alla convenzione non ha attaccato nessuno, ha criticato Berlusconi con il tono giusto, ha parlato di cosa fare per l’Italia, abbiamo bisogno di uno così, che non semina zizzania e parla agli italiani. Lui ha una qualità splendida, non ha mai litigato con nessuno, anche questo ne fa la persona giusta». La replica di Franceschini arriva via Twitter, con una punta di sarcasmo: «D’Alema è fantastico! Dice che se verrò eletto io gli iscritti se ne andranno dal Pd. Io rispondo che non è vero e lui dice che l’attacco...».
D’Alema si lascia andare anche a qualche pronostico sul 25 ottobre: «Penso che voteranno più di due milioni di persone, le vicende di Berlusconi saranno uno stimolo per la partecipazione. Il risultato di Bersani non sarà lontano da quel 55% ottenuto tra gli iscritti, che non sono dei marziani, ai congressi hanno votato 400mila persone, non un gruppetto di funzionari». E sulle critiche che gli arrivano da destra e da sinistra: «La destra sa contro chi tirare: quelli che sono gli avversari più pericolosi. A sinistra lo si fa per stupidità. Addolora avere come nemici quelli in favore dei quali tu ti batti». L’ex vicepremier ribadisce la sua contrarietà al meccanismo in due fasi per l’elezione del segretario: «È chiaro che questo sistema non funziona, è schizofrenico, si rischia di avere un segretario diverso da quello scelto dagli iscritti, una cosa imbarazzante che potrebbe creare qualche turbamento. Se scegliamo il gazebo allora sarebbe meglio non farli votare, gli iscritti. E se si elegge il leader solo con le primarie, bisogna fare come negli Usa, dove ci sono regole serie, bisogna iscriversi alle liste degli elettori». Ma tu ha i paura degli elettori? «Non ho mai avuto paura, alle europee del 2004 ho preso più di 800mila preferenze».
E questo meccanismo non l’hai votato anche tu? «Io facevo il ministro degli Esteri, ma anche ammettendo che abbiamo sbagliato tutti, adesso c’è chi vuole perseverare nell’errore...», risponde con un’altra stoccata a Franceschini, che ha più volte difeso il doppio-congresso con iscritti ed elettori. Il presidente di Italianieuropei torna poi sulla sua esclusione dalla gestione del Pd nei due anni targati Veltroni-Franceschini: «Mi ero offerto per dare una mano, mi è stato risposto che ero troppo ingombrante, era meglio che non dessi fastidio. A me va bene lo stesso se i risultati sono positivi, ma così non è stato...». E ancora: «Quando un gruppo dirigente deve tagliare fuori tutte le personalità, non è in grado di dirigere, è un gruppo dirigente modesto. Se uno tutti i giorni per affermare la sua leadership deve prendersela con me... si occupasse piuttosto dei problemi del paese». Concetto ribadito anche nelle battute finali, quando Zoro annuncia che venerdì avrà ospite Franceschini: «Che ce l’ha con me si è capito, ma non mi pare determinante per guidare un grande partito...vedi se riesci a fargli dire qualcosa sull’Italia». E ancora,a proposito di identità e fine delle ideologie: «Noi siamo progressisti, siamo la sinistra. L’idea che siamo un contenitore di buoni sentimenti non funziona, la gente non ti vota. La destra prende voti perché ha un identità forte».
D’Alema risponde anche sul conflitto d’interessi, ricostruendo nel dettaglio gli anni tra il 1998 e il 2001: «La Camera approvò quel testo mentre c’era la Bicamerale, la versione di un nostro accordo con Berlusconi è una bugia. La legge è stata abbandonata nel 2000, quando io non ero più a palazzo Chigi. Certo, non approvarla fu un errore, ma se c’è uno che ci ha provato sono io. E comunque pensare di risolvere un problema politico come Berlusconi con una leggina è una ingenuità». Ma è vero che la coppia D’Alema- Veltroni ha fallito? «Abbiamo vinto due volte, governato il Paese. E comunque ce ne siamo andati...certo, nessuno di noi è andato in Siberia, ma anche Blair c’è ancora...finché uno ha un certo seguito ha il diritto di restare in campo, bisogna avere pazienza...». Ignazio Marino non la pensa così: «Da 20 anni siamo imbrigliati nella sfida tra D’Alema e Veltroni. Ma questi dirigenti saranno spazzati via dalla storia perché il mondo è cambiato».
Una domanda sulla barca: «Non ci rinuncio per delle campagne qualunquistiche, anche se dovessi perdere due punti di popolarità, è una mia passione», dice D’Alema. «Ce l’aveva anche Pecchioli, ma non ci fu nessuno scandalo, quello era un partito serio...». Infine, una battuta sui dalemiani, che a volte, dice Zoro, «sono un po’ imbarazzanti». «Dopo le mie dimissioni da premier, quando non avevo più potere ed ero diventato scomodo, alcune persone mi sono rimaste vicine. Per questo sentimento di riconoscenza sono tollerante anche verso gli sbagli che possono capitare...».
12 ottobre 2009
Vendola e Bonino ora nel Pd
Le vicende più recenti – ovvero proprio la cosiddetta “imposizione” al Pd di due candidati esterni, come Emma Bonino e Vendola – hanno rafforzato la mia convinzione, inducendomi a dare una lettura di quanto accaduto esattamente opposta a quella corrente. Sia chiaro. Non mi sfuggono i moltissimi limiti di un partito come il Pd, “costretto” a candidare leader di altre formazioni: ma ritengo prevalente la novità positiva che questa vicenda segnala. Ovvero quella di un Partito democratico aperto, permeabile, in movimento. E capace di trasformarsi. Qualcuno tradurrà tutto ciò nell’allarme per la debolezza di un Pd che si rivelerebbe “infiltrabile” e “conquistabile”, ma a parte l’ovvia battuta (chi vuoi che se lo pigli, un partito così sciamannato?), c’è da riflettere su quale sia oggi la posta in gioco: l’oggetto del contendere, in senso proprio (ovvero l’oggetto della conquista). Le primarie pugliesi e i consensi raccolti dalla Bonino dicono che l’elettorato non è rigidamente ripartito per nicchie più o meno ampie, puntualmente corrispondenti ad altrettanti coerenti e compatte visioni del mondo e conseguenti programmi politici. E tutte le analisi dei flussi elettorali confermano che una quota assai estesa di elettorato indirizza il proprio consenso, di volta in volta, verso l’una o l’altra formazione del centro sinistra (Pd, SeL, Federazione della sinistra, IdV e, non stupitevi, Udc). Perfino io, che vedo l’IdV come il fumo negli occhi (e un po’ peggio), devo riconoscere che a questo partito vanno voti di elettori che pure considero a me affini. E questo vale per l’intero campo del centro sinistra. Esemplifico in termini un po’ brutali: c’è tanta “destra” in Sinistra Ecologia e Libertà quanta “sinistra” nel Pd. (Se volete vi preparo degli appositi test per verificarlo). Se questo è vero, non riesco a vedere il successo delle “autocandidature” di quei due leader, all’interno di coalizioni guidate dal Pd, come un atto di “prepotenza” della Bonino e di Vendola e nemmeno di subalternità dei democratici nei confronti di quest’ultimi. Mi piace immaginarlo, invece, come l’esito del ricorso, al “paradigma del judo” da parte del Pd, magari per necessità. La natura del judo è come quella dell’acqua: si adatta al terreno, scivola e si ritrae per poter di nuovo avanzare; è una tecnica di azione che – diversamente da altre arti marziali – non si affida alla forza propria, ma all’iniziativa altrui; ne asseconda le mosse e lo slancio (della Bonino e di Vendola); non oppone resistenza irriducibile al gesto dell’altro, ma fa di esso una leva per la propria azione. Nel nostro caso, il Pd piuttosto che respingere l’iniziativa dei due leader in questione, rivendicando la propria indipendenza, ha ceduto – sia pure riottosamente – alla pressione proveniente dall’esterno, l’ha accolta, fino a farla propria e ora se ne può giovare come di una risorsa comune.
Mi rendo conto che questa mia è una versione estremamente benevola e ottimista di un processo che può essere presentato in termini esattamente opposti (e così viene fatto, in modo ossessivo da tutti i media, non solo quelli ostili). Ma questa mia interpretazione non nasce – vi prego di credermi – dall’ingenuità: è vero, piuttosto, che talvolta in politica (e non solo in politica) il realismo può essere la più innocente e saggia delle astuzie.
P.s.
Ho detto di condividere all’80% il programma di Vendola ma devo dire che trovo insopportabile il suo linguaggio (e, poi, quella gramsciana «connessione sentimentale col popolo», evocata a Ballarò e ai telegiornali, in piazza e, immagino, in taxi e all’Upim, sul lungomare Araldo di Crollalanza e in pizzeria...). Ma, considerato come scrivo e parlo io, pazienterò. In nome della Causa.
LUIGI MANCONI
29 gennaio 2010
Inizia la discussione generale, la battaglia va avanti

Con una forzatura in aula, la destra ha preteso di inserire la discussione generale sul ddl intercettazioni nel calendario di luglio, anche se le votazioni slitteranno a settembre quando riprenderà la nostra battaglia svolta fin qui a fianco alle mobilitazioni straordinarie di cittadini e comitati. Il testo è arrivato in aula con molte novità positive sul piano della libertà di stampa, grazie al lavoro incessante di pressione in commissione, ma senza nessun balzo in avanti sul piano della tanto declamata tutela della legalità: il depotenziamento degli strumenti di investigazione rende il nostro giudizio sul provvedimento ancora molto critico. Nel corso dei lavori parlamentari siamo riusciti ad ottenere l'allentamento del 'bavaglio' all'informazione e l'abolizione delle norme che avrebbero creato una vera e propria ingerenza degli editori sulle libere scelte delle redazioni dei giornali. La maggioranza ha fatto diversi passi indietro ma sulla legalità non ha mostrato alcuna volontà di fare sforzi per andare incontro alle nostre richieste, a quelle dei magistrati e delle Forze dell'ordine. Infatti, nonostante i quotidiani proclami sulla sicurezza e sul rispetto della legalità di taluni settori della maggioranza, il provvedimento lega le mani ai magistrati e alle forze dell'ordine. Restano, infatti, gli ingiustificati lacci alle indagini e l'immotivata abrogazione della legge Falcone sulla lotta alla criminalità organizzata che renderà, di fatto, impossibili indagini come quella sulla P3 e sulla cricca degli appalti. La nostra battaglia riprenderà a settembre, vedremo se la maggioranza avrà la forza di tornare alla carica per sfidare legalità e civiltà.
intercettazioni

Aderiamo alla giornata di black out informativo contro il disegno di legge del governo sulle intercettazioni. Lo facciamo listando simbolicamente a lutto questa newsletter per rappresentare la nostra forte preoccupazione sugli effetti nefasti che seguirebbero alla sua definitiva approvazione. Siamo infatti convinti che il diritto all'informazione sia precondizione dei principi fondamentali della Carta costituzionale. D'altronde la nostra Repubblica prevede la partecipazione diretta dei cittadini alla vita democratica ed è fuori dubbio che questa possa avvenire solo nel caso in cui il cittadino sia liberamente, tempestivamente e correttamente informato. La cosiddetta legge bavaglio va nella direzione opposta: per tutelare un vago concetto di privacy (e le parole sono quelle del Garante per la protezione dei dati personali, Francesco Pizzetti) si mette addirittura a repentaglio uno strumento di indagine giudiziaria: limitare le intercettazioni vuol dire indebolire la lotta dello Stato contro la criminalità. Lo dicono le forze di polizia, lo dicono i pubblici ministeri, lo dicono autorevoli giuristi e costituzionalisti, lo sostiene anche il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso che in una recente audizione alla Camera ha detto che le ambiguità del provvedimento mettono addirittura a rischio molte indagini sulla mafia. In commissione alla Camera i nostri deputati stanno lottando duramente contro questo provvedimento. In allegato potete trovare i punti fondamentali della nostra opposizione.
•Comunicati di: Alessandro Maran, Donatella Ferranti